L’America e il suo eletto
Bandiere sui grattacieli di Chicago mentre Obama prepara la festa
Alle 17 e 30 di ieri a Chicago bandiere sui grattacieli con riflettori puntati, ma gran riserbo al quartire generale di Barack Obama, dove si custodisce il tesoro e si preferisce aspettare. Stoica combattività a Phoenix, base del repubblicano John McCain, raggiunto dalla candidata alla vicepresidenza Sarah Palin.

Alle 17 e 30 di ieri a Chicago bandiere sui grattacieli con riflettori puntati, ma gran riserbo al quartire generale di Barack Obama, dove si custodisce il tesoro e si preferisce aspettare. Stoica combattività a Phoenix, base del repubblicano John McCain, raggiunto dalla candidata alla vicepresidenza Sarah Palin. Il vantaggio di Obama sul rivale diventa una valanga negli exit poll dei giovani nuovi elettori.
La sintesi triste, ma emblematica, di questa storica campagna elettorale sta tutta nella morte della nonna di Obama, lunedì. Madelyn Dunham – ha ricordato Joe Klein sul blog di Time – era la donna bianca che negli anni 70 girava per i supermarket delle Hawaii o andava a pranzo accompagnata dal nipotino di colore, “una cosa inusuale, perfino nelle Hawaii”. Klein ha invitato i lettori a immaginare che cosa avranno pensato, allora, le amiche della “situazione”, quanto affetto e dedizione materna questa signora avrà dedicato al giovane Berry, orfano di padre e con la madre in Indonesia, al punto da trasformarlo nella persona che conosciamo. Immaginatevi, ha aggiunto Klein, “la soddisfazione che avrà provato in questi ultimi giorni”.
L’altra notizia, anch’essa rivelatoria del carattere di questa campagna, è l’assoluzione di Sarah Palin dalle accuse di aver licenziato illecitamente uno dei capi della sua Amministrazione in Alaska, perché aveva rifiutato di cacciare dal corpo di polizia statale il suo ex cognato, al centro di un divorzio non amichevole con la sorella. Il procuratore dello stato, a poche ore dall’apertura delle urne, ha stabilito che non c’è motivo di credere che Palin o altri abbiano violato norme etiche. Ma la candidata vicepresidente di McCain, in queste settimane, è stata travolta dalla stampa, specie dopo che una commissione di legislatori democratici l’aveva accusata di comportamento improprio. La stampa e le tv sono state protagoniste di questo ciclo elettorale. McCain se n’è accorto a sue spese. In passato il senatore era il beniamino dei media, un po’ perché era l’unico politico nazionale che dava accesso totale ai giornalisti, un po’ perché era il conservatore prediletto dai liberal, grazie alla sua continua sfida con George W. Bush. A quei tempi, McCain diceva che la stampa era la sua base elettorale, ma fin dall’avvio della campagna 2008 si è accorto che questa volta non sarebbe stato più così.
Un altro esempio è venuto ieri dal primo editoriale del Washington Post, giornale che sostiene Obama. Il Post ha scritto che stranamente la guerra in Iraq non è stata al centro di questa campagna, solo il 9 per cento degli americani ha detto che l’Iraq è stata la ragione più importante della scelta. L’Iraq è stato trasformato – ha scritto il Post – e ora comincia a essere riconosciuta come una storia di successo. L’ironia, secondo il quotidiano, è che a giovarsene non è chi ha cambiato rotta in Iraq, cioè Bush, e nemmeno il suo più audace sostenitore McCain, semmai il democratico Obama le cui proposte “avrebbero scatenato una catastrofe”. Il Post, però, ha scelto di sostenere il candidato della catastrofe.